Mario Ajazzi Mancini

Mario Ajazzi Mancini
Fiorentino di nascita e cultura, filosofo prima e psicanalista successivamente, grazie ad una fortunata congiunzione di eventi che, dopo la laurea, mi ha condotto oltre oceano, in anni formidabili; quando l'accademia americana apriva le porte ed ospitava, solerte, molta dell'intelligenza europea, non più esule, cercando di rilanciare in modo proprio un progresso nella Kultur, forse non ancora egemone. Erano i tempi della decostruzione e, sopra tutto, della psicanalisi francese, cui giungevo, quasi vergine, avendo mancato, per via dell'anagrafe, la prima ondata, il turbine direi, del lacanismo italiano - un tripode traballante. Vi sarei tornato più tardi, condividendo esperienze associative e di scuola - che, con umorismo, potrei adesso definire di reduci. Ma intanto, rientravo in patria, con uno sfarzoso capitale, che cercavo di spendere col maggior profitto. Un libro antologico sulla decostruzione – Allegorie della lettura - ed un altro, traboccante di amicizia ed ammirazione (Il verbario dell’uomo dei lupi, pubblicato anni dopo), che mi avrebbe condotto alla formazione analitica, nella lingua di Dante, naturalmente. Una formazione che, tuttavia, senza la pluralità e molteplicità che avevo esperito negli Usa, non sarebbe stata, credo, quello che poi si è rivelata: l'apprezzamento per un mestiere impossibile, con la rasserenazione di un sorriso. Ma la lingua italiana, l'unica con cui mi esprimo, pur essendo traduttore - mi dicono di qualche ingegno - era predominante. Quasi un amore. E con essa, la ventura di una lunga frequentazione, di una fedeltà alla poesia (un felice rapporto con Bigongiari), che mi ha consentito, proprio per quell'atto d'amore, di studiare e visitare le altre lingue che parlo, perché, nella mia, ne ritrovo il senso e l'esercizio. A cominciare dall'opera di Freud (che ho curato in edizione bilingue, la sola, per quanto ne so, nel panorama internazionale, e a cui, negli anni, ho dedicato un volume, Tra Jung e Freud. Psicanalisi letteratura e fantasia, e adesso, assieme a Sciacchitano, una estesa revisione delle opere: Freud, se non erro, naturalmente), e dal tedesco, che ha soppiantato il francese mirabile delle belle lettere e l'inglese della comunicazione. E poi Rilke (di cui ho reso un'edizione dei Sonetti a Orfeo), Celan, inarrivabile, e Kafka, grazie ai quali ho inaugurato il laboratorio di Afanisi, che ha per tema un'indagine sulla fantasia, sul talento e sulla vocazione. Il mio lavoro, muovendo dalla clinica, ormai una professione - la misteriosa fatalità della burocrazia mi ha condotto ad essere psicologo/psicoterapeuta, e docente d'epistemologia per psicoterapeuti in fieri - non può più ignorare la questione della scrittura e della lingua - lo ripeto, come esigenza di un respiro fermo, nel gran mare dei barbarismi e delle stereotipie - quale rilancio, ripresa di una pratica di cui ormai, troppo spesso e da più parti, si annuncia la morte. Abbandonando quel poco di esperienza che ci resta nelle capaci mani, forse non più benigne, dei moderni stati democratici, in cui il benessere del cittadino è il maggior vantaggio da difendere, a dispetto dei pensieri lo abitano, delle parole che pronuncia… e che talvolta capita ancora di poter ascoltare.
Di queste, ho raccolto qualche traccia – cronachette, le ho chiamate – grazie alle opportunità che la rete mi fornisce, e le fornisco, in forma di blog, a chi ha voglia di avvicinarsi: http://afanisi.blog.tiscali.it/